Scriveva Italo Calvino in Mondo scritto e mondo non scritto (1983): «Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall'ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall'altro lato delle parole c'è qualcosa che cerca d'uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione.»
Nell’articolo Una lingua senza corpo, pubblicato nel blog Incontri di confine de “Il Sole 24 Ore”, lo psichiatra e psicoterapeuta Giuliano Castigliego mette a confronto aspetti del linguaggio verbale umanoe del linguaggio verbale attualmente proprio dell’intelligenza artificiale, proponendo differenze fondamentali: «Prima di Dante, la Divina Commedia non era una possibilità prevedibile contenuta nella letteratura precedente. […] Dante non crea soltanto un’opera. Crea una lingua, non si limita a usare l’italiano, contribuisce a crearlo per poter dire cose che quella lingua, prima, non aveva mai detto. Quindi Dante forza continuamente la lingua oltre i propri limiti, creando parole, mescolando registri, introducendo latinismi, neologismi, termini tecnici, espressioni popolari. Se gli LLM tendono statisticamente verso il centro, Dante va verso i bordi e li oltrepassa. Gli LLM cercano la parola probabile. Dante cerca la parola che ancora non esiste.» Possiamo allora forse affermare che Dante cercava parole per ciò che batteva «colpi su un muro di priogione»? e che invece questa sarebbe consolidata dalla tendenza conservativa che caratterizzerebbe attualmente il linguaggio verbale dell’intelligenza artificiale?
Nell'articolo di G. Castigliego anche il riferimento a studi neuroscientifici contemporanei sul rapporto tra linguaggio e corpo.